Musei, non è solo questione di numeri: servono nuove figure professionali

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A metà settembre prenderanno servizio al Museo e Real Bosco di Capodimonte 27 nuovi addetti alla vigilanza. Un’ottima notizia, resa possibile anche grazie al sostegno delle varie sigle sindacali, ma ancora insufficiente per risolvere l’atavico problema del personale nei musei statali. In questi giorni si discute di organigrammi, un dibattito che va ben al di là dei numeri e ci riporta all’esigenza di un piano strategico per i musei.

 

Un piano strategico, infatti, richiede una pianificazione troppo a lungo termine, mentre i nostri tempi sono ogni giorno sempre più caratterizzati da un’accelerazione dei cambiamenti e delle idee, complice anche la pandemia che ha in parte calmato la corsa al numero di visitatori come dimostrazione culturale dell’eccellenza di un’istituzione. Ora non si tratta di passare alla conta dei numeri di quante unità servano nei musei e di indignarsi se la bozza del nuovo organigramma dà altrettanti storici dell’arte alla Reggia di Caserta come al Museo e Real Bosco di Capodimonte, mentre le collezioni non sono in alcun modo paragonabili (molto più ampie a Capodimonte), né lo sono le esigenze di studio dell’edificio (molto più complesso a Caserta).

Lo sviluppo della riforma Franceschini

La vera questione è quella dello sviluppo della Riforma Franceschini, una riforma ormai indiscussa che ha modificato significativamente il panorama culturale dei musei che hanno beneficiato dell’autonomia. Sarebbe opportuno ora ampliare l’autonomia sul personale, in particolare su quello scientifico-curatoriale che resta il cuore di ogni istituzione culturale. Il punto di forza della riforma risiede nella semplificazione dei processi decisionali e questo criterio dovrebbe essere applicato anche alle risorse umane, avvicinando il lavoro alle esigenze di ogni museo sul campo.

Il sistema dei concorsi e delle graduatorie non risponde più alle esigenze delle collezioni né a quelle del pubblico. Uno storico dell’arte non è formato come un curatore, figura ben più ampia e complessa presente in altri Paesi, così come un responsabile della comunicazione può non essere un esperto di strategie di comunicazione o di raccolta fondi. Inoltre, trovo che sia una perdita di competenza chiedere a giovani laureati di sorvegliare una sala museale, anche perché la sicurezza delle opere sarà sempre più garantita dalla tecnologia ma, d’altro canto, la necessità di accoglienza e di assistenza qualificata diventerà sempre più cruciale.

Durante la pandemia, il personale di sicurezza e di accoglienza di Capodimonte, in smart-working, ha trascritto magnificamente gli inventari storici, dimostrando le proprie capacità e acquisendo maggiore conoscenza del proprio posto di lavoro. La maggiore consapevolezza del patrimonio storico artistico che si è chiamati a sorvegliare ha portato enormi benefici anche dopo nel ritorno al lavoro, in presenza nelle sale. Un po’ di pragmatismo nel nuovo approccio agli organigrammi non guasterebbe, dando innanzitutto ai musei autonomi, ognuno in situazioni molto diverse, una maggiore autonomia nella definizione dei profili professionali specifici di cui si ha necessità, in base alla realtà storica e materiale di ciascun museo: ad esempio Capodimonte con il suo bosco di 134 ettari e i 17 ambiti al suo interno, ha esigenze diverse rispetto agli Uffizi e ai suoi 45 ettari dei Giardini di Boboli.

La Scuola nazionale del patrimonio

Sarebbe necessario stabilire stretti legami con la Scuola nazionale del patrimonio e impostare la formazione su un approccio multidisciplinare allargando le consultazioni esterne a sociologi, antropologi, filosofi, botanici, specialisti della moda e dell’arte culinaria e altre professioni, che una vera storia dell’arte non può ignorare. Queste sono le altre voci del futuro che servono anche nei musei. Un approccio multidisciplinare e un metodo multiculturale che a Capodimonte, grazie alla riforma, stiamo già sperimentando.

In questi anni abbiamo aperto il Centro internazionale di ricerca sull’arte e l’architettura delle grandi città portuali “La Capraia”, avviato un serio processo di digitalizzazione che ci porterà anche a realizzare una scuola di digitalizzazione dei beni culturali e del paesaggio in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli, un corso di alta formazione per i giardinieri, abbiamo dato in concessione la Tisaneria Bistrot nell’antica serra della Palazzina dei Principi e anche il “Giardino Torre”, all’estremità del Bosco, di prossima apertura.

Presto sarà una realtà il Museo Lia e Marcello Rumma e la Casa Mimmo Jodice della fotografia a Napoli. Tutti questi progetti inseriti nel Masterplan di Capodimonte, in parte già realizzati, in fase avanzata o in corso di realizzazione, sono stati possibili proprio grazie all’autonomia che la riforma Franceschini ha dato a questa istituzione culturale e a molte altre. L’autonomia ci ha permesso di tradurre in realtà quelli che fino a qualche anno fa sarebbero rimasti buoni propositi o semplici auspici.

L’autore è direttore generale del Museo e Real Bosco di Capodimonte

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